Il punto di vista di Giulia Gazzo, conosciuta come Lunny, che si presenta come una donna cisgender e queer, femminista intersezionale, autistica adhd e discalculica.
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Tempo fa hai partecipato alle live instagram “Attraversabilità degli spazi politici & auto-rappresentanza" e “Accessibilità come atto politico” proposte da greenenergin (account instagram). Come sono nate queste live?
Sono nate perché le persone disabili non sono previste. Non è prevista la loro presenza
negli spazi e non sono previste le loro esperienze, né i dati allarmanti che le riguardano
quando si parla di violenza di genere, violenza razzista e violenza queer fobica.
Non solo alle persone disabili viene data scarsa attenzione, ma molte di loro sono messe
nella condizione di fare enorme fatica anche solo a denunciare.
I motivi sono molteplici: non solo i centri anti violenza sono spesso inaccessibili per le
persone disabili, ma quando si dipende da una persona caregiver per i bisogni più semplici
(come vestirsi, lavarsi, ma anche gestire il denaro) riconoscere la violenza subita è difficile, e
anche quando viene riconosciuta denunciarla senza temere ripercussioni è spesso rischioso
o semplicemente impensabile.
Le persone disabili, specie se socializzate come donne, sono tra le più esposte ad ogni
forma di violenza fisica, psicologica, domestica ed economica. Ma perché nel discorso
pubblico questi dati e queste esperienze restano sempre invisibili? Perché quando
manifestiamo non si parla mai di emergenza abilista, nonostante quella delle persone
disabili sia forse la minoranza più numerosa al mondo?
In occasione del 25 Novembre 2023, giornata mondiale per l’eliminazione della violenza
sulle donne, si è manifestata una massiccia mobilitazione, frutto dell’indignazione scatenata
dal brutale femminicidio di Giulia Cecchettin, purtroppo uno tra tanti, ma che ha avuto
particolare risonanza mediatica grazie al coraggio e alla lucidità della sorella Elena e del
papà Gino. Non Una Di Meno, collettivo transfemminista intersezionale nato in Argentina
nel 2015, ha coordinato e organizzato la maggior parte delle iniziative e manifestazioni su
tutto il territorio nazionale, che purtroppo risultano inaccessibili alla maggioranza delle
persone disabili rendendo evidente la scarsa considerazione che un femminismo
autodefinitosi “intersezionale” riserva all’intersezione riguardante le disabilità. Così, dopo
questo ennesimo 25 Novembre di piazze inaccessibili, Marta Migliosi e Asya Bellia, attiviste
disabili, hanno scritto una meravigliosa lettera aperta indirizzata a Non Una di Meno, dove
hanno denunciato, con intento costruttivo, tutto questo.
Io, come tante persone singole e tanti collettivi, ho aderito con la mia firma a questa lettera
aperta, che ha prodotto con effetto valanga un circolo virtuoso di confronti e scambi, ricchi di
rabbia e tanta voglia di prendersi cura.
In seguito a questi scambi è nata l’esigenza di fare delle live a cuori e microfoni aperti, nel
senso che come in una staffetta le persone che hanno partecipato si sono date il cambio
permettendo a chiunque volesse di prendere parola.
Spero ne seguiranno altre, di live così, perché questo tipo di occasioni permettono di fare
comunità a tante persone che non hanno mai la possibilità di esprimersi e condividere le
proprie esperienze. Pur riconoscendo il grande lavoro di un movimento partito dal basso e
autofinanziato, consideriamo inaccettabile che, come titola la lettera aperta di Marta e Asya,
per Non Una Di Meno le persone disabili siano meno. C’è tanto lavoro da fare, ognun di
noi ha tanto abilismo da decostruire e tanto da imparare.
Nelle live avete parlato del ruolo del conflitto alla base di ogni cambiamento. Qual è il tuo rapporto con il conflitto?
È complicato, perché da persona neurodivergente mi trovo spesso a sentirmi come se
parlassi una lingua straniera scarsamente studiata.
Spesso quella che per la maggioranza neurotipica è dialettica per me è un’aggressione, e
viceversa. Chi ha ragione? Dove finisce un call out e dove inizia una shit storm? Dove
finisce il sano (ma sano per chi?) conflitto e dove inizia la prepotenza?
Sono modalità estremamente complicate per una persona neurodivergente, e negli spazi di
lotta queste dinamiche comunicative sono date troppo spesso per scontate. Per essere
credibili ci si deve parlare “in faccia”, a bruciapelo, o comunque in modalità sincrona (cioè
parlarsi in tempo reale, che sia dal vivo o in remoto come ad esempio al telefono o in chat).
Eppure per me, e per tante persone autistiche, la modalità preferibile è frequentemente
quella asincrona (non parlarsi in tempo reale, ad esempio tramite messaggi scritti o vocali).
Le modalità comunicative sono molteplici, non ne esiste una valida in assoluto. Sarebbe
davvero importante riconoscere questo, anzitutto, per venirsi incontro, e di conseguenza
dare legittimità a spazi e modalità alternative per poter comunicare il conflitto e il disaccordo.
Secondo te esistono delle gerarchie nei movimenti per i diritti?
Purtroppo sì. Gerarchie occidentaliste ed eurocentriche anzitutto, che ci portano a
considerare di primaria importanza solo quello che più ci tocca da vicino, e di stampo
abilista.
Chi comunica in un modo convenzionalmente più comune è considerata una persona
maggiormente credibile e affidabile.
Le gerarchie riguardano anche il potere mediatico, chi ha maggior seguito ha maggior
spazio di manovra, ma non sempre lo utilizza in maniera virtuosa.
Il ruolo di internet nell’attivismo: come è cambiato negli ultimi anni?
Se internet è stato ed è ancora un luogo rivoluzionario per le persone disabilitate, che
tramite il digitale possono far sentire la propria voce, protestare e socializzare, organizzarsi e
fare informazione, è anche vero che il capitalismo ha cambiato il ruolo di internet
nell’attivismo. Guadagnare tramite i social, soprattutto attraverso l’esposizione della propria
immagine per sponsorizzare dei prodotti commerciali, appare poco trasparente,
specialmente se si occupa lo spazio digitale per parlare anche di temi sociali.
Vendere, o come si dice oggi sponsorizzare, significa creare dei bisogni, e quando questo si
intreccia con l’attivismo si può creare un cortocircuito, si rischia di piegare le lotte collettive al
guadagno personale.
Si è creato un clima di sospetto asfissiante da caccia alle streghe, il digitale è diventato il
male a prescindere perché viene percepito come un prodotto capitalista a prescindere.
In tutto questo discorso, le persone disabilitate non esistono e le loro esperienze positive
con il digitale vengono ignorate.
Giulia Gazzo
Su Instagram: @lunnylunnylunny





