Tre domande a Giulia Gazzo, conosciuta come Lunny, che si presenta come una donna cisgender e queer, femminista intersezionale, autistica adhd e discalculica.
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Il termine "abilismo" ha cominciato a diffondersi nel 2021 circa, cosa significa?
In poche parole l’abilismo è la discriminazione e l’oppressione nei confronti delle persone disabili, ma per capirlo appieno è necessario approfondire.
Quando parliamo di persone “abili” (le persone che abbiamo l’abitudine di definire “normali”) ci riferiamo a delle abilità che riguardano il corpo come la mente, le caratteristiche fisiche e motorie come quelle intellettive ed emotive considerate “normali”, che rientrano cioè in un concetto di norma statistica.
Utilizzo un esempio basico: statisticamente la maggior parte delle persone possiedono l’abilità di camminare con due gambe, ma una minoranza (seppur numerosa) di persone necessita invece di rampe per potersi muovere su ruote e superare per esempio dei gradini.
L’abilismo presuppone che chi necessita di rampe sia “un peso e una seccatura” che minaccia la società, con la conseguenza che gli edifici dotati di rampe e ascensori, ancora oggi, non sono considerati un diritto.
Non è finita qui. L’abilismo designa la persona disabile come carente e inferiore, la infantilizza e la condanna alla subordinazione; una persona sfortunata che diventa fonte di ispirazione spronando le persone “normali” ad eccellere.
Per mantenere lo status quo è molto più conveniente non mettere in discussione nulla e dividere la società in persone di serie A e di serie B.
L’abilismo interiorizzato non è altro che l’accettazione e l’interiorizzazione di tutto questo. Succede che la persona disabile si abitui a questo stato di cose, si consideri inferiore e abbia paura che chiedendo maggiori diritti possa perdere quello che ha.
L’abilismo interiorizzato ti porta a scusarti costantemente, perché percepisci la tua esistenza come un errore e una seccatura, di conseguenza il senso di colpa è sempre lì pronto a morderti le chiappe.
Pensiamo che l'utilizzo di un linguaggio attento e rispettoso sia il primo passo per superare gli stereotipi. Qual è la differenza tra linguaggio “person first” o “identity first”?
Dire “persona con autismo” presuppone che la persona di cui parliamo possa esistere senza autismo, come se questa caratteristica neurobiologica potesse essere asportata all’occorrenza. Viene spesso utilizzata la metafora dello zainetto: come se l’autismo fosse un accessorio pesante che ti porti sulle spalle, e la società spera che tu possa liberartene, svuotando lo zainetto per trotterellare liberamente come le persone considerate “normali”.
Dire “persona autistica”, al contrario, implica che l’autismo sia inscindibile dalla tua persona, una caratteristica intrinseca che influenza ogni parte della tua vita, nel bene e nel male, e che tentare di cancellarla o di separarla da te sia una violenza.
Si tratta di linguaggio definito “person first” (persona con autismo, la persona prima della condizione) oppure linguaggio “identity first” (la persona e la condizione formano un’unica identità).
Io come persona che appunto si definisce autistica e non “con autismo” preferisco assolutamente l’opzione identity first, e da quello che sappiamo la maggior parte della comunità autistica che si occupa di divulgazione e attivismo la pensa così, almeno in questo momento storico.
Siamo di fronte ad una grande volontà di riappropriarsi delle caratteristiche che ci hanno insegnato a rinnegare e nascondere, per ribaltarne la narrazione e la percezione nella società.
Quello che vogliamo dire è: la vergogna ce l’avete inculcata voi della maggioranza, siete voi che ci volete vedere con uno zainetto pieno di paura. Noi invece pensiamo che non esista nessuno zainetto, bensì delle caratteristiche differenti che dovreste imparare a conoscere e ad accogliere, come parte integrante della varietà umana.
Ci tengo anche a dire che non amo le guerre interne intorno al linguaggio, non possiamo rivendicare la libertà se imponiamo alle altre persone come dovrebbero definirsi.
Possiamo divulgare e spiegare, argomentare le nostre idee, anche con passione, questo sì, ma bacchettare le persone che scelgono di definirsi “con autismo”, magari semplicemente per abitudine, significa comportarsi da poliziotti, e non è la mia idea di attivismo.
Quali sono le parole più problematiche utilizzate da persone non disabili per parlare di disabilità?
Oh, ce ne sono parecchie, alcune estremamente desuete ma che vengono ancora utilizzate, anche nei documenti ufficiali dell’INPS.
Handicap, persona con handicap, handicappat, sono parole che finché non ti vengono rivolte personalmente non riesci a misurare il disgusto e lo stigma che si portano dietro.
La prima volta che ho letto i miei documenti di invalidità civile e ho letto “portatore di handicap” (ovviamente hanno utilizzato il cosiddetto maschile universale) ho proprio immaginato uno zainetto contenente l’autismo. Se io porto questo peso, questo zainetto, sono appesantita, e se io sono appesantita sono un peso per la società. È questo il senso finale di questo tipo di linguaggio.
“Diversamente abile” è terribile, uno schiaffo travestito da carezza che rivela la paura per la diversità. Noi non neghiamo la differenza, quello che non accettiamo è la costante comparazione, perché la comparazione porta alle gerarchie. Noi non valiamo di meno, non valiamo nemmeno di più, valiamo quanto chiunque dovrebbe valere, siamo disabili perché la società ci disabilita e non rientriamo nella cosiddetta norma statistica, perché dovremmo utilizzare sciocchi giri di parole? Vi mette a disagio la nostra presenza?
Giulia Gazzo
Su Instagram: @lunnylunnylunny





