Progetto StArt

Una donna anziana seduta scrive a penna sul suo taccuino

Rendere il patrimonio artistico accessibile a chi si sente troppo spesso identificato (unicamente) con la propria disabilità restituisce alla persona centralità, valore e fiducia.

Ce lo racconta Barbara Cenere, storica d’arte e ricercatrice presso l’Università di Padova.

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Cos’è Progetto StArt?

Prima di parlare di StArt è necessario fare alcune brevi ma indispensabili premesse. Ad oggi sono sempre più numerose le prove che testimoniano come le arti possano ricoprire un ruolo importante in un’ottica di promozione della salute. Sintomatica di ciò è senza dubbio la scoping review emessa nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dal titolo What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? Il primo museo al mondo ad avviare un programma di visite guidate specificatamente pensato e rivolto a persone con disturbo neurocognitivo e a chi se ne prende cura, è stato il Museum of Modern Art di New York che, nel 2006, ha dato vita a Meet Me at MoMA. A partire da qui, si è assistito – a livello globale – alla proliferazione di programmi museali dementia friendly che, attenzione, non nascono con una finalità riabilitativa o di recupero funzionale!

Nonostante ciò, la moltiplicazione di iniziative di questo tipo, ne ha messo in evidenza i benefici, attirando l’attenzione dell’ambito sanitario. Sollecitato da queste evidenze, il Centro Regionale per lo studio e la cura dell’Invecchiamento Cerebrale (CRIC) dell’Azienda Ospedale dell’Università di Padova (AOUP) ha iniziato a considerare l’ipotesi di incanalare queste prospettive in un vero e proprio percorso riabilitativo da svolgersi negli spazi museali. Ragion per cui, nel 2014, il CRIC ha avviato un progetto pilota – allora noto come Progetto Museale – in collaborazione con i Musei Civici Eremitani di Padova. Nonostante i risultati incoraggianti, il personale sanitario ha sentito la necessità di rendere tale format ancora più elaborato. Alla base di tutto, infatti, non c’era solo il desiderio di portare la riabilitazione fuori dai luoghi entro cui è solitamente circoscritta, ma era forte la volontà di offrire ai pazienti un servizio educativo storico-artistico volto a sublimare l’efficacia di tale intervento. 

Così, nel 2019, è stato incluso all’iniziale dialogo tra CRIC e Comune di Padova (Musei Civici), il Dipartimento dei Beni Culturali (dBC) dell’Università degli Studi di Padova. Il Progetto StArt, nella sua struttura attuale, è proprio nato così. La cosa meravigliosa è che gli studenti di Beni Culturali hanno la possibilità di svolgere uno stage in un contesto diverso, acquisendo strumenti e sviluppando competenze cruciali per il mondo contemporaneo. Rispetto ai programmi museali dementia friendly, il progetto StArt nasce e si sviluppa in un contesto clinico riabilitativo ed è rivolto a persone con disturbo neurocognitivo nella fase lieve-moderata.

Perché nasce StArt?

Il disturbo neurocognitivo (DNC) – che nella vulgata annovera patologie come la malattia di Alzheimer – rappresenta una priorità di salute pubblica e, a causa della sua complessità e lunga durata, richiede interventi innovativi, strategici e lungimiranti. StArt nasce proprio a partire da questa consapevolezza. L’unione e la cooperazione tra diverse istituzioni ha dato vita ad una sinergia potente che trasmette un messaggio cruciale. 

Contro lo stigma della demenza, la presenza di storici dell’arte e studenti in formazione rappresenta un impegno istituzionale tangibile verso il valore della persona e ciò che può realizzare nonostante la malattia. Trattandosi di un percorso che si svolge anche all’interno del museo, la partecipazione di figure esperte arricchisce profondamente l’esperienza riabilitativa. In questo modo, il pubblico non solo riceve contenuti accurati ma ha la possibilità di sentirsi a proprio agio e in sintonia con l’ambiente circostante. Rendere il patrimonio artistico accessibile a chi si sente troppo spesso identificato con la disabilità restituisce alla persona centralità, valore e fiducia.

Nonostante i programmi museali dementia friendly – come dicevo all’inizio – siano un punto di partenza imprescindibile, il Progetto StArt è stato sviluppato a partire da una prospettiva diversa. StArt, infatti, nasce in un contesto sanitario, partendo da un protocollo riabilitativo noto come Cognitive Activation Therapy (CAT), sviluppato ed erogato proprio al CRIC a partire dal 2001. All’interno del Progetto StArt, l’offerta artistica dei musei locali svolge un ruolo fondamentale, diventando un vero e proprio catalizzatore dell’approccio riabilitativo. 

A differenza dei protocolli riabilitativi tradizionali, il Progetto StArt si svolge sia in contesti ambulatoriali sia presso i Musei Civici Eremitani, nei giorni di naturale apertura al pubblico. L’obiettivo è promuovere abilità cognitive e funzionali, favorire la partecipazione sociale, contrastare lo stigma, migliorare il benessere e rallentare l’invecchiamento biologico. L’intervento riabilitativo copre un arco di due mesi e prevede diciassette sessioni bisettimanali: quattordici si svolgono in ambulatorio e tre al museo. Entrambi i contesti – quello ambulatoriale e quello museale – sono considerati parte attiva nel percorso riabilitativo. Le sessioni riabilitative si svolgono in piccoli gruppi e sono condotte da un logopedista e da uno storico dell’arte o uno studente di Beni Culturali. Ogni sessione è strutturata attorno al tema offerto da un’opera d’arte, precedentemente selezionata sulla base di una serie di criteri specifici. La scelta delle opere per le sessioni viene effettuata attraverso una visita al museo condotta dai professionisti coinvolti, tenendo conto di fattori logistici, contenutistici e degli interessi delle persone cui sono destinate.

il libro Una palestra per la mente al museo
foto de I Quaderni di Una palestra per la mente

Cosa è riuscito a fare StArt ad oggi?

Il semplice fatto che la riabilitazione, tradizionalmente confinata all’ambito sanitario e agli ambulatori, si sposti nei luoghi della cultura rappresenta, già di per sé, una vera rivoluzione copernicana. Ancora più significativo è il fatto che il Sistema Sanitario Nazionale riconosca una visita al museo come una seduta di riabilitazione. Questo non solo amplia il valore riabilitativo dell’esperienza, ma trasmette alle persone coinvolte un messaggio potente: il mondo le riconosce come portatrici di un valore umano fondamentale. Perché, c’è poco da fare, nella società si esiste solo quando si è riconosciuti. I risultati che stiamo osservando sono estremamente incoraggianti. Non sono un medico, e forse non spetterebbe a me dirlo, ma persino da “non addetta ai lavori” è evidente il valore straordinario di queste attività. 

Accompagnare le persone in ogni fase del loro percorso permette di osservare da vicino l’impatto positivo che simili iniziative generano. Un esempio concreto? Vedere qualcuno, che magari non ha mai frequentato abitualmente i musei, scegliere di tornarci con la propria famiglia per condividere ciò che ha appreso durante un percorso riabilitativo, grazie al supporto di studenti e storici dell’arte, è una testimonianza potente. È la prova tangibile di quanto progetti come questo abbiano un valore profondo e meritino di essere sostenuti e promossi.

Le immagini utilizzate per questo articolo sono state gentilmente fornite da Barbara Cenere.

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